domenica 25 dicembre 2022

Compagni, addio / Giampiero Mughini

 


Compagni, addio : lettera aperta alla sinistra / Giampiero Mughini. - Milano : A. Mondadori, 1987 (Frecce). - 143 p. ; 21 cm.

Armi, acciaio e malattie / Jared Diamond

 


Armi, acciaio e malattie : breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni / Jared Diamond. - Torino : Einaudi, 1998 (Saggi ; 821). - XI, 366 p., [32] c. di tav. : fot. e ill. ; 21 cm.

Viva il greco / Nicola Gardini


Viva il greco : alla scoperta della lingua madre / Nicola Gardini. - Milano : Garzanti, 2021. - 275 p. ; 21 cm.

L'altra parte : un romanzo fantastico / Alfred Kubin

 


L'altra parte : un romanzo fantastico / Alfred Kubin ; con 52 disegni dell'autore. - Milano : Adelphi, 2006 (Biblioteca Adelphi ; 1). - 295 p. ; 22 cm.

Il caso Sparsholt / Alan Hollinghurst

 


Il caso Sparsholt : [romanzo] / Alan Hollinghurst ; traduzione di Riccardo Cravero. - Milano : Guanda, 2019 (Narratori della fenice). - 504 p. ; 22 cm.

Purgatorio / Dante Alighieri

 


2: Purgatorio / Dante Alighieri. - Milano : A. Mondadori, 2003 (I Meridiani). - XLV, 1002 p. - ill. ; 18 cm.

La città dei vivi / Nicola Lagioia


 La città dei vivi / Nicola Lagioia. - Torino : Einaudi, 2022 (SuperET). - 459 p. ; 21 cm.

venerdì 16 dicembre 2022

L'arte di uccidere un uomo / Giaime Alonge


 L'arte di uccidere un uomo / Giaime Alonge. - Milano : Baldini Castoldi Dalai, 2009 (Romanzi e racconti ; 487). - 343 p., 1 carta geogr. ; 22 cm.

Incipit

Polvere. Polvere a perdita d’occhio. E sulla linea dell’orizzonte, incredibili, si levano le montagne, i bastioni che per secoli hanno difeso il Paese dagli invasori, chiudendolo in un bozzolo inviolabile. Nella pianura avanza una colonna militare. È un plotone di una trentina di uomini, in missione Cerca e Distruggi si sarebbe detto di un’altra, impossibile, guerra asiatica terminata solo qualche anno prima. Sotto le giubbe marroni spuntano le magliette a strisce orizzontali bianche e azzurre dei paracadutisti dell’Armata Rossa, i desantniki. La 105ª divisione aviotrasportata della Guardia è in movimento, piena di entusiasmo internazionalista: annientare i banditi al soldo degli americani e aiutare un popolo fratello a edificare il socialismo. Quantomeno, così recitano i bollettini.

Il reparto è disposto su due file parallele, guidate da un sergente e da un maggiore. Procedono piano, stando attenti a mantenere le distanze. Il calore annebbia la vista. Gli spallacci dello zaino, impregnati di sudore, tagliano la carne. I desantniki marciano. Marciano e imprecano, sottovoce, quasi senza accorgersene. È un basso continuo di maledizioni e improperi. I desantniki imprecano contro la malasorte, contro le donne, contro quelli rimasti a casa, contro il governo, contro Dio, contro il clima, contro tutto e tutti.

Qualcuno impreca a voce più alta degli altri: «Nel 1402… Secondo il loro calendario siamo nel 1402. Ma vi pare possibile? Questi sono in pieno Medioevo! E dobbiamo viverci pure noi, nel Medioevo».

«Zitto Tymošenko, e mettiti l’elmetto», grida il sergente.


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lunedì 7 novembre 2022

La giornata di un opricnik / Vladimir Sorokin


La giornata di un opricnik / Vladimir Sorokin ; traduzione di Denise Silvestri. - Roma : Atmosphere, 2014 (Biblioteca del fuoco). - 170 p. ; 21 cm


Incipit

Sempre lo stesso sogno: io che attraverso un campo sconfinato, un campo russo, che si estende oltre l’orizzonte. Scorgo davanti a me un cavallo bianco, punto verso di lui. Mi rendo conto che non è un cavallo come tutti gli altri, è il cavallo dei cavalli, bello, incantatore, lesto di gambe. Affretto il passo ma non riesco a raggiungerlo, cammino più veloce, grido, lo chiamo, capisco all’improvviso che è tutta la mia vita, il mio destino, tutta la mia fortuna, che quel cavallo mi serve come l’aria, corro, corro, gli corro dietro, ma lui continua ad allontanarsi, senza far caso a niente e a nessuno, se ne va per sempre, se ne va da me, se ne va per l’eternità, se ne va all’infinito, se ne va via, va, va, va... 

Mi sveglia il cellulofono. 

Un colpo di frusta, un grido. 

Un altro colpo, un gemito. 

Un terzo colpo, un rantolo. 

Lo ha registrato Pojarok al Dicastero degli Affari Segreti, mentre torturavano un voivoda dell’Estremo Oriente. Una suoneria che risveglierebbe anche i morti. 

Appoggio il cellulofono freddo all’orecchio caldo per il sonno. 

«Komjaga». 

«Salute a lei, Andrej Danilovič. Sono Korostylev, perdoni il disturbo». 

A rianimarmi è la voce del vecchio scrivano del Dicastero delle Ambasciate, il suo inquieto grugno baffuto parte dal cellulofono e compare subito in aria.

«Che le serve?»

«Mi permetto di ricordarle che il ricevimento presso l’ambasciatore d’Albania è previsto per questa sera. È richiesta la presenza dei dodici». 

«Lo so» borbotto infastidito, anche se a dir la verità me l’ero dimenticato. 

«Scusi il disturbo. Era mio dovere»


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www.flaneri.com

mescalina.it/libri

dallamiatazzadite

Video www.youtube.com

giovedì 22 settembre 2022

Atlante occidentale / Daniele Del Giudice

 


Atlante occidentale / Daniele Del Giudice. - Torino ; Einaudi, [2009] (ET). - 173 p. ; 20 cm.

Incipit

All’inizio del campo d’erba provò il timone; poi, dondolando le ali, cominciò a rullare. Il volantino gli spingeva i gomiti vicini ai fianchi e la coda bassa dell’aereo gli spostava il viso in avanti, spartendo la visuale tra gli orologi del cruscotto e gli alberi lontani, come una lente bifocale. Ciò che pensava come una sua posizione era in realtà l’adeguamento a tutto quanto, dall’aereo e da fuori, gli veniva incontro, compresa la sua faccia resa anamorfica dal sole sulla curvatura del plexiglas.

Ogni campo d’aviazione ha una luce molto piú aperta della città con cui confina, e un colore pastello che dà solidità alle cose; ha anche un punto di attrazione, dove la velocità coincide finalmente col rumore. Filava verso quel punto aspettando che l’hangar, la pompa di benzina e l’ufficio del noleggio scivolassero sempre piú veloci ai lati. Era capace di sentire quand’è il momento, però guardò l’anemometro. E solo dopo si staccò da terra.

Ci fu un lampo sulla destra, qualcosa che schizzava fuori dagli alberi, pura velocità contro di lui. L’altro aereo veniva sbieco, cosí vicino e cosí basso che immaginò il cupolino tranciato dall’elica. Si chinò di lato, spingendo in giú la cloche e togliendo motore, e sentí insieme il campanello dello stallo e il colpo degli ammortizzatori arrivati a fine corsa. La pancia bianca gli passò sopra: intima, avvolgente e fragorosa come uno schiaffo.

Era di nuovo a terra, con l’aereo che slittava sul prato in qua e in là; cercava di non fare manovre brusche e di assecondarlo con piccoli colpi di timone in controsenso, al limite dell’equilibrio, finché ridusse la velocità e ogni prospettiva ritornò normale. Alla recinzione del campo girò con un po’ di abbrivio su se stesso, e si fermò. Sporgendosi verso il plexiglas cercò l’altro aereo nel cielo: prendeva quota, lieve e tranquillo, come se niente fosse stato.

Risalí la pista verso l’hangar, veloce; il sole basso del mattino, prima di spalle, ora è di faccia, appena diaframmato e scurito dal passaggio dell’elica. Correva abbastanza, ogni tanto sollevava il ruotino di dietro e subito rallentava per rimetterlo giú; cosí è come andare in macchina, ma non si può accelerare, le ali sono di ingombro, la posizione scomoda. Gli sembrava che il campo non finisse mai.

Link

it.wikipedia.org/wiki/Atlante_occidentale

lindiceonline.com

borislimpopo.com

https://Video rai cultura





lunedì 5 settembre 2022

Babilonia / Yasmina Reza


Babilonia / Yasmina Reza ; traduzione di Maurizia Balmelli. - Milano : Adelphi, 2017 (Fabula ; 318). - 157 p. ; 22 cm.


Incipit:

È in piedi appoggiato a un muro, per strada. In giacca e cravatta. Ha le orecchie a sventola, uno sguardo spaventato, capelli corti e bianchi. È magro, con le spalle strette. Tiene in bella mostra una rivista su cui si legge la parola «Awake». La didascalia dice: Jehovah’s Witness – Los Angeles. La foto è del 1955. Aveva l’aria di un ragazzino. Ormai è morto da tempo. Per distribuire i suoi opuscoli religiosi si vestiva in modo consono. Era solo, abitato da una perseveranza triste e rabbiosa. Ai suoi piedi s’intravede una cartella (se ne scorge il manico), con dentro le decine di opuscoli che nessuno o quasi gli prenderà. Sono anche quegli opuscoli stampati in numero incongruo a evocare la morte. Quegli slanci di ottimismo – troppi bicchieri, troppe sedie... – che ci inducono a moltiplicare le cose per renderle subito vane. Le cose e i nostri sforzi. Il muro davanti al quale si trova è gigantesco. Lo si intuisce dall’opacità greve, dalle dimensioni delle pietre tagliate. Probabilmente è ancora lì, a Los Angeles. Il resto è svanito chissà dove: l’omino con l’abito troppo largo e le orecchie a punta che gli si era piazzato davanti per distribuire una rivista religiosa, la sua camicia bianca e la cravatta scura, i pantaloni consumati al ginocchio, la cartella, gli opuscoli. Che importa quello che siamo, quello che pensiamo, quello che diventeremo? Siamo da qualche parte nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più. Ieri pioveva. Ho riaperto The Americans di Robert Frank. Era perso nella libreria, incastrato nell’angolo di uno scaffale. Ho riaperto quel libro che non aprivo da quarant’anni. Ricordavo il tizio che vendeva una rivista per la strada. La foto è più sgranata, più sbiadita di quanto mi aspettassi. Volevo riguardare The Americans, il libro più triste del mondo. Morti, stazioni di servizio, uomini soli con in testa un cappello da cowboy. Sfogli le pagine e sotto gli occhi ti sfilano i juke-box, i televisori, gli oggetti della recente prosperità. Sono lì, solitari come l’uomo, questi nuovi venuti sovradimensionati, troppo pesanti, troppo luminosi, posti in spazi impreparati. Un bel mattino qualcuno li porta via. Faranno ancora un giretto, sballottati fino alla discarica. Siamo da qualche parte nel paesaggio fino al giorno in cui non ci siamo più. Mi è tornato in mente lo Scopitone del porto di Dieppe. Partivamo con la due cavalli, alle tre del mattino, per andare a vedere il mare. Avrò avuto al massimo diciassette anni e ero innamorata di Joseph Denner. Eravamo in sette a bordo e il culo dell’auto toccava terra. Ero l’unica ragazza. Denner guidava.


Passi

Camere

“Nella mia vita le camere mi hanno spesso abbattuta. Camera di bambina. Camere d’ospedale. Camere d’albergo con una brutta vista. È la finestra che fa la camera. Lo spazio che ritaglia, la luce che lascia entrare. E poi le tende. I tendaggi! Nella mia vita sono stata in ospedale tre volte, contando il parto. “Ogni volta la camera d’ospedale mi ha abbattuta, con i suoi finestroni vagamente opacizzati che rivelavano un blocco simmetrico rispetto a quello in cui ero, dei rami o un cielo incongruo. Ogni volta la camera d’ospedale mi ha tolto ogni speranza. Anche con accanto il bebè nella sua culla di vetro.”

La donna deve essere allegra

“La donna dev’essere allegra. A differenza dell’uomo, a cui sono concessi lo spleen e la malinconia. A partire da una certa età, una donna è condannata al buonumore. Se tieni il broncio a vent’anni è sexy, se tieni il broncio a sessanta è una rottura di palle. Quando ero giovane, non si diceva creare legame, non so a quando risalga questo singolare. Né cosa voglia dire; il legame ridotto alla sua astrazione non ha alcun valore in sé. È l’ennesima espressione vacua.”

Le cose lasciate da chi muore

“Una donna lavora all’uncinetto per tutta la vita e lascia dietro di sé questi scampoli che non servono a niente e a nessuno. Inventava dei motivi ma a nessuno gliene importa. A chi volete che interessino dei motivi all’uncinetto? La morte si porta via tutto ed è un bene. Bisogna fare spazio a chi arriva. Nella nostra famiglia l’abbiamo fatto in maniera radicale. Il modello biblico, il tal dei tali padre di tal dei tali che ha generato tal dei tali, a casa nostra non esiste. In nessun ramo della famiglia. ”

“Svuotando la casa di nostra madre abbiamo ritrovato in un cassetto tutto il suo materiale da ufficio. Risaliva ad anni prima, al tempo in cui teneva la contabilità di Sani-Chauffe. “Un astuccio con una riga, una Bic a “quattro colori, delle graffette, un blocco di carta perfettamente conservato, un paio di forbici pronte a tagliare per altri cent’anni. Gli oggetti sono bastardi, ha detto Jeanne. Ho di nuovo chiesto a Jean-Lino che cosa fosse successo.”

La morte

“Nessuno ci avverte dell’irrimediabile. Non c’è un’ombra furtiva che passa con la falce.”

San Michele a Venezia

“Penso spesso al cimitero di San Michele a Venezia. Visitato con Pierre e Bernard, quasi solo noi, un nebbioso giorno di novembre. San Michele, dedalo infinito di recinti, unità, lotti, campi. Un’intera isola di tombe. I corridoi del colombario: muri interamente ricoperti di foto accanto a vasi murali da cui spuntano fiori finti. Centinaia di foto di gente benvestita e pettinata che sorride ammiccando. Ci eravamo persi a girovagare senza meta e senza incrociare nessuno. Era ora di pranzo, in settimana. Su una stele c’era questa iscrizione, «Sarai sempre con noi, con amore, la tua Emma». La sfacciataggine della frase mi ha colpito. Come se ci fosse qualcuno che sulla terra ci resta in eterno. Come se i due mondi fossero destinati a rimanere separati. Nella sezione delle urne c’era un muro dei dimenticati. Una parete sporca e grigia. Le date e i nomi erano pressoché cancellati. Su una lapide più chiara si riusciva ancora a leggere millenovecentocinque. Nessuna foto, da nessuna parte, non c’era niente, salvo una o due escrescenze di fiori di porcellana fissati alla lastra. Quella gente non era più con nessuno, in questo mondo."

Protezione

“Mi ha ricordato quelle capanne che si fanno da bambini. Ci sistemiamo tutto vicino, soffitto, pareti, oggetti, corpi, bisogna che lo spazio sia il più ridotto possibile. Finché il mondo esterno è visibile soltanto da una fessura mentre fuori si scatenano tuoni e fulmini.”

Ansia di anticipazione

“Era, mi sono detta scrutando il parcheggio cupo, il delirio dell’ansia di anticipazione che assale i vecchi. Essere stressati dalla possibilità del problema. Mia madre tirava fuori il biglietto dell’autobus duecento metri prima della fermata. Camminava col biglietto proteso, stretto nel guanto di lana. Idem per gli spiccioli in “coda alla cassa di qualsiasi negozio. Può capitare anche a me. Uno dev’essere pronto a ogni evenienza, delimitare il territorio. Quando mia madre andava a trascorrere qualche giorno da sua cugina ad Achères (con il diretto da Asnières), una settimana prima la valigia era già per terra, aperta e foderata di indumenti. Lo faccio anch’io, con un anticipo appena più ragionevole.”



Links:

www.nazioneindiana.com

linkiesta.it/blog

youtube.com (lettura)

Arte / Yasmina Reza


Arte / Yasmina Reza ; traduzione di Federica e Lorenza Di Lella. - Milano : Adelphi, 2018 (Piccola biblioteca Adelphi ; 728). - 101 p. ; 18 cm.

Incipit:

Marc, da solo.
MARC  Il mio amico Serge ha comprato un quadro.
È una tela di circa un metro e sessanta per un metro e venti, dipinta di bianco. Il fondo è bianco, e strizzando gli occhi si possono intravedere delle sottili filettature diagonali, bianche. Il mio amico Serge è mio amico da molto tempo. È uno che ha fatto strada, è dermatologo e ama l’arte.
Lunedì sono andato a vedere il quadro che Serge aveva acquistato sabato, ma su cui aveva messo gli occhi già da mesi. Un quadro bianco, con delle filettature bianche.

 

Casa di Serge.
Appoggiata a terra, una tela bianca con delle sottili filettature diagonali bianche.
Serge guarda, compiaciuto, il suo quadro.
Marc guarda il quadro.
Serge guarda Marc che guarda il quadro.
Una lunga pausa durante la quale i sentimenti si esprimono senza tradursi in parole.
MARC  Caro?
SERGE  Duecentomila.
MARC  Duecentomila?...
SERGE  Handtington me lo riprende a due e venti.
MARC  Chi?
SERGE  Handtington?!
MARC  Non so chi sia.


Links:

www.illibraio.it/news 


Bella figura / Yasmina Reza


Bella figura / Yasmina Reza ; traduzione di Donatella Punturo. - Milano : Adelphi, 2019 (Piccola Biblioteca Adelphi ; 743). - 106 p. ; 18 cm.


Incipit:

Una sera di primavera. C’è ancora luce.
Il parcheggio di un ristorante (che non si vede).
Un uomo in piedi.
Una macchina con lo sportello aperto dal lato del passeggero.
Ne sporgono le gambe di una donna.
La donna accende una sigaretta.
Può anche passare qualche istante prima che l’uomo parl

 

BORIS ... Oppure prendiamo una camera all’Ibis e ti scopo direttamente... Preferirei!
ANDREA All’Ibis...!
BORIS O da qualsiasi altra parte!... (Una pausa) ... Se tu potessi non fumare in macchina sarebbe meglio.
Andrea aspira il fumo e lo soffia dentro la macchina, dietro, davanti, mettendocisi d’impegno.
BORIS Allora, che facciamo?
ANDREA Chissenefrega.
BORIS Restiamo? Ce ne andiamo? Che facciamo, Andrea?
ANDREA Di’ un po’: ti sembra normale portarmi in un ristorante consigliato da tua moglie?
BORIS Non l’ha consigliato, ha detto che era buono, e piacevole.
ANDREA È uguale.
BORIS No...!


Links:

cartesensibili.wordpress 

sabato 28 maggio 2022

Viva il latino : storie e bellezza di una lingua inutile / Nicola Gardini


Viva il latino : storie e bellezza di una lingua inutile / Nicola Gardini. - Roma : La Repubblica, 2018. - 236 p. ; 21 cm. - Edizione speciale per GEDI, su licenza Garzanti, Supplemento a La Repubblica.


Link

Video Nicola Gardini

Le 10 parole latine

Intervista a Gardini




Elogio del latino : [una lingua da amare] / Nicola Gardini con Claudia Arletti. - Roma : La Repubblica, 2021. - 141 p. ; 20 cm. - Distribuito con La Repubblica


venerdì 25 marzo 2022

STORIA GRECA


L'antica civiltà cretese / R. W. Hutchinson ; traduzione di Luciana Pecchioli. - Torino : Einaudi, [1976] (Saggi : 569). - XX, 348 p., [24] p. di tav. : ill. ; 22 cm.










Minoici e micenei : l'antica civiltà egea dopo la decifrazione della Lineare B / Leonard R. Palmer - Torino : G. Einaudi, stampa 1979 (Saggi ; 454). - XXXI, 299 p., [10] c. di tav. : ill. ; 22 cm.



venerdì 24 dicembre 2021

L'estate del sessantanove / Andrea Renyi

 


Gli addii / Juan Carlos Onetti

Gli addii / Juan Carlos Onetti ; traduzione di Dario Puccini ; prefazione di Antonio Munoz Molina ; con un saggio di Mario Benedetti. - Roma : Sur, 2015 (Littlesur ; 5). - 131 p. ; 20 cm.

Incipit:

Avrei voluto non avere visto dell’uomo, la prima volta che entrò nel negozio, nient’altro che le mani; lente, intimidite e goffe, con movimenti senza fiducia, affilate e ancora non scurite dal sole, quasi a voler chiedere scusa per il loro gestire disinteressato. Mi fece alcune domande e prese una bottiglia di birra, in piedi all’estremità più in ombra del bancone, con il viso – sullo sfondo del calendario, dei sandali e dei salami imbiancati dagli anni – rivolto verso l’esterno, verso il sole dell’imbrunire e il viola sfumato delle montagne, mentre aspettava l’autobus che lo avrebbe lasciato davanti ai cancelli dell’albergo vecchio.

Avrei voluto non avergli visto altro che le mani, mi sarebbe bastato vederle quando gli diedi il resto dei cento pesos e le sue dita strinsero i biglietti, cercarono di ordinarli e, subito, per improvvisa decisione, li appallottolarono e li nascosero con pudore in una tasca della giacca; mi sarebbero bastati quei movimenti sopra il legno pieno di fessure riempite di unto e di sudiciume per capire che non si sarebbe curato, che non aveva nessuna idea da cui trarre la volontà di curarsi.

In genere mi basta vederli, e non ricordo di essermi mai sbagliato; ho sempre formulato i miei pronostici prima di sapere l’opinione di Castro o di Gunz, i medici che abitano in paese, senza altri dati, senza avere bisogno di altro che di vederli arrivare al negozio con le loro valigie e le loro quote diverse di vergogna e di speranza, d’ipocrisia e di sfida.


Link:

doppiozero.com

ilsole24ore.com/art/cultura

2000battute.blog

latinoamericapop

lucialibri.it






Fame di guerra / Paolo Fonzi

Fame di guerra : l'occupazione italiana della Grecia (1941-43) / Paolo Fonzi. - Roma : Carocci, 2019 (Studi storici Carocci ; 322). -  215 p. ; 22 cm.


Link:


Alla fonte delle parole / Andrea Marcolongo

 


La peste / Albert Camus

 

La peste / Albert Camus ; traduzione di Yasmina Mélaouah. - Firenze ; Milano : Bompiani, 2020 (Classici contemporanei Bompiani). - Firenze ; Milano : Bompiani, 2020.


Incipit

I singolari avvenimenti descritti in questa cronaca si sono prodotti nel 194. a Orano. Era opinione diffusa che capitassero nel luogo sbagliato, trattandosi di avvenimenti un po’ fuori dal comune. E Orano è invece, a prima vista, un posto comunissimo, una semplice prefettura francese della costa algerina.

La città, a onor del vero, è brutta. Il suo aspetto tranquillo impedisce che si colga subito ciò che la rende diversa da tante altre città commerciali a qualsiasi latitudine. Come fare immaginare, per esempio, una città senza piccioni, senza alberi e senza giardini, dove non si incontrano né battiti d’ali né fruscii di foglie, un luogo neutro insomma? Qui il passaggio delle stagioni si legge soltanto nel cielo. La primavera si annuncia esclusivamente dalla qualità dell’aria o dalle ceste di fiori che i venditori portano dai sobborghi; è una primavera che si vende al mercato. Durante l’estate il sole incendia le case troppo asciutte e copre i muri di una cenere grigia; allora si può vivere solamente all’ombra delle imposte chiuse. In autunno, invece, è un diluvio di fango. Le belle giornate arrivano solo d’inverno.

Un modo facile per conoscere una città è scoprire come vi si lavora, come si ama e come si muore. A Orano, per effetto forse del clima, tutto questo si fa allo stesso modo, con la medesima aria frenetica e assente. In definitiva, ci si annoia, e ci si sforza di prendere delle abitudini. I nostri concittadini lavorano molto, ma sempre per arricchirsi. Si dedicano principalmente al commercio e pensano soprattutto, come dicono loro, a fare affari. Va da sé che apprezzano anche i piaceri semplici, amano le donne, il cinema e andare al mare. Ma, molto ragionevolmente, riservano questi svaghi al sabato sera e alla domenica mentre negli altri giorni della settimana cercano di guadagnare molto denaro. Quando la sera escono dagli uffici, si ritrovano alla solita ora nei caffè, passeggiano lungo lo stesso boulevard oppure si mettono al balcone. I desideri dei più giovani sono violenti e brevi, mentre i vizi dei più vecchi si limitano alla frequentazione delle bocciofile, delle feste del dopolavoro e dei circoli dove tentano la fortuna puntando grosso alle carte.

Topi

A partire dal quarto giorno, i topi cominciarono a uscire per morire in gruppi. Salivano in lunghe file malferme da ogni angolo nascosto, dagli scantinati, dalle cantine, dalle fogne, e, barcollanti, uscivano alla luce per ruotare su stessi e morire vicino agli esseri umani. Di notte si udivano distintamente i loro stridii di agonia nei corridoi o nei vicoli. Al mattino, nei quartieri dei sobborghi, li trovavi riversi nei rigagnoli con un piccolo fiore di sangue sul muso appuntito, alcuni gonfi e putrefatti, altri rigidi e con i baffi ancora dritti. Se ne rinvenivano anche in centro, a mucchietti, sui pianerottoli o nei cortili. 

Tempo

“Domanda: come si fa per non sprecare tempo? Risposta: sentirlo in tutta la sua durata. Modi: passare giornate nella sala d’aspetto di un dentista, su una sedia scomoda; trascorrere la domenica pomeriggio al balcone; ascoltare conferenze in una lingua che non si conosce, scegliere i tragitti ferroviari più lunghi e complicati e viaggiare ovviamente in piedi; fare la coda al botteghino e non prendere i biglietti per lo spettacolo ecc.” 

Alla sprovvista

Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. Era stato colto alla sprovvista il dottor Rieux, come lo erano stati i nostri concittadini, e questo spiega le sue titubanze. E spiega anche perché fosse combattuto tra la preoccupazione e la fiducia. Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia, non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi. A questo riguardo, i nostri concittadini erano come tutti gli altri, erano presi da se stessi, in altre parole erano umanisti: non credevano ai flagelli. Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli.

Inquietudine, 1 morto versus 100 milioni

... il dottore sentiva a malapena nascere dentro di sé quel lieve scoramento di fronte al futuro che chiamiamo inquietudine. Provava a fare mente locale su ciò che sapeva della malattia. Nella memoria gli ballavano dei numeri e si diceva che la trentina di grandi pesti della storia avevano fatto quasi cento milioni di morti. Ma che cosa sono cento milioni di morti? Quando hai fatto la guerra, sai a stento cos’è un morto. E poiché un uomo morto ha un peso solo se qualcuno l’ha visto morto, per l’immaginazione cento milioni di cadaveri disseminati nella storia sono soltanto fumo. Il dottore ricordava la peste di Costantinopoli, che secondo Procopio aveva fatto diecimila vittime in un giorno. Diecimila morti sono cinque volte il pubblico di un grande cinema. Ecco cosa bisognerebbe fare. Si radunano le persone all’uscita di cinque cinema, si portano in una piazza della città e le si fa morire tutte insieme per farsi un’idea un po’ precisa. Almeno si potrebbero mettere dei volti noti su quel cumulo anonimo. Va da sé che una cosa del genere è irrealizzabile, e poi chi li conosce diecimila volti?

Dubbi (morti di peste o con la peste?)

L’annuncio che nella terza settimana di peste si erano contati trecentodue morti rimaneva infatti qualcosa di astratto. In primo luogo, forse non tutti erano morti di peste. E in secondo luogo nessuno sapeva quante persone morissero alla settimana in tempi normali. La città contava duecentomila abitanti. Nessuno aveva idea se quella percentuale di decessi fosse nella media. Si tratta, anzi, del genere di dettagli di cui non ci si cura mai, nonostante l’indubbio interesse che presentano. In un certo senso, all’opinione pubblica mancavano i termini di paragone. Solo con il passare del tempo, constatando l’aumento dei decessi, ci si rese conto della verità.La quinta settimana si ebbero infatti trecentoventuno morti e la sesta trecentoquarantacinque. L’incremento, se non altro, era eloquente. Ma non era abbastanza elevato perché i nostri concittadini non serbassero, pur nell’inquietudine, l’impressione che si trattasse di un incidente certo increscioso, ma tutto sommato temporaneo.

La pietà

Alla fine di quelle settimane sfibranti, dopo tutti quei crepuscoli in cui la città si riversava in strada per girare a vuoto, Rieux capiva che non aveva più bisogno di difendersi dalla pietà. Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile. 

La peste come castigo

Era un uomo di statura media, ma dal fisico massiccio. Quando si appoggiò al bordo del pulpito, stringendo il legno fra le grosse mani, si vide di lui solo una forma tozza e nera sormontata dalle due chiazze rubiconde delle guance sotto gli occhiali di metallo. Aveva una voce forte e appassionata, che arrivava lontano, e nell’istante in cui affrontò l’uditorio scandendo un’unica frase veemente: “Fratelli, la sventura vi ha colpito, fratelli, ve lo siete meritato,” un mormorio percorse il pubblico fino al sagrato. 

“Fratelli,” disse con forza, “la stessa caccia mortale avviene oggi nelle nostre strade. Guardatelo, questo angelo della peste, bello come Lucifero e fulgido come il male, in piedi sui tetti, la mano destra a stringere lo spiedo rosso all’altezza della testa e la mano sinistra a indicare una delle vostre case. Forse in questo momento tende il dito verso la vostra porta, lo spiedo risuona sul legno; in questo momento la peste entra nella vostra casa, si siede in camera da letto e aspetta il vostro ritorno. È lì, paziente e attenta, inconfutabile come l’ordine del mondo. E nessuna potenza terrena, né tantomeno, sappiatelo, la vana scienza umana, potrà farvi evitare la mano che tenderà verso di voi. Così, battuti sull’aia sanguinosa del dolore, sarete gettati via con la paglia.”

Le quattro del mattino

E il giorno in cui Rambert gli disse che amava svegliarsi alle quattro del mattino e pensare alla sua città, il dottore tradusse subito dal profondo della propria esperienza che in quel momento lui amava immaginare la donna che aveva lasciato. Era infatti l’ora in cui poteva impadronirsi di lei. Nessuno fa niente, in genere, alle quattro del mattino, anche se la notte è stata una notte di tradimento. A quell’ora tutti dormono, ed è rassicurante, poiché il grande desiderio di un cuore inquieto è possedere ininterrottamente l’essere amato o poterlo far piombare, quando giunge il tempo dell’assenza, in un sonno senza sogni che abbia fine solo il giorno del ricongiungimento.

Ascesa e discesa

A Tarrou, che si era mostrato stupito della vita reclusa che conduceva, aveva spiegato su per giù che secondo la religione la prima metà della vita di un uomo era un’ascesa e l’altra metà una discesa, che nella discesa l’uomo non possedeva più le proprie giornate che potevano essergli portate via in qualsiasi momento, che quindi non poteva farne niente e che la cosa migliore era per l’appunto non farne niente.

Il piacere

All’inizio, quando credevano che fosse una malattia come le altre, la religione era al suo posto. Ma quando hanno capito che era una cosa seria, si sono ricordati del piacere. Tutta l’angoscia che durante il giorno è dipinta sui volti si risolve allora, nel crepuscolo ardente e polveroso, in una specie di eccitazione stranita, una libertà maldestra che infiamma un intero popolo. 

Come al solito, nessuno sapeva niente

Il giorno precedente erano comparsi in città due casi di una forma nuova dell’epidemia. La peste diventava polmonare. Il giorno stesso, nel corso di una riunione, i medici allo stremo avevano chiesto e ottenuto da un prefetto disorientato nuove misure per evitare il contagio, che nelle peste polmonare avveniva per via aerea. Come al solito, nessuno sapeva niente.

Dio onnipotente

“Sì,” disse Tarrou. “Come mai si prodiga così tanto visto che non crede in Dio? Forse la sua risposta mi aiuterà a rispondere.”

Senza uscire dall’ombra, il dottore disse che aveva già risposto, che se avesse creduto in un Dio onnipotente avrebbe smesso di guarire gli uomini, lasciando il compito a lui. Ma che nessuno al mondo, no, nemmeno Paneloux che credeva di crederci, credeva in un Dio del genere, poiché nessuno si abbandonava totalmente, e almeno in questo lui, Rieux, pensava di essere sulla via della verità, lottando contro la creazione quale era.

“Ah!” disse Tarrou, “è questa l’idea che si fa del suo lavoro?”

“Più o meno,” rispose il dottore passando nella luce.

Tarrou fece un fischio e il dottore lo guardò.

“Sì,” disse, “penserà che ci vuole un bel po’ di orgoglio. Ma le assicuro che ho soltanto quel minimo di orgoglio necessario. Non so cosa mi aspetta né cosa succederà dopo tutto questo. Per ora ci sono dei malati e bisogna guarirli. Dopodiché rifletteranno, e io con loro. Ma la cosa più urgente è curarli. Li difendo come posso, tutto qua.”

Rifiuto di morire

Quando ho scelto questo mestiere, l’ho fatto per certi versi in maniera astratta, perché ne avevo bisogno, perché era un lavoro come un altro, uno di quei lavori che si hanno in mente da ragazzi. Forse anche perché era difficile, per un figlio di operai come me. Poi mi è toccato veder morire. Lo sa che ci sono persone che si rifiutano di morire? Ha mai sentito una donna gridare: ‘Mai e poi mai!’ al momento di morire? Io sì. E allora mi sono accorto che non riuscivo ad abituarmici. Ero giovane e credevo che la mia avversione fosse rivolta contro l’ordine stesso del mondo. Dopo sono diventato più modesto. Semplicemente, non mi sono ancora abituato a veder morire. Non so altro.

Sconfitta

Ma resta il fatto che le sue vittorie saranno sempre provvisorie.”

Rieux parve incupirsi.

“Sempre, lo so. Non è un buon motivo per smettere di lottare.”

“No, non è un buon motivo. Ma allora immagino cosa debba essere questa peste per lei.”

“Sì,” disse Rieux. “Un’interminabile sconfitta.”

Carcere

Malgrado l’isolamento di alcuni detenuti, una prigione è una comunità, come dimostra il tributo alla malattia pagato tanto dalle guardie quanto dai reclusi del nostro carcere municipale. Dal superiore punto di vista della peste, tutti erano condannati, dal direttore fino all’ultimo carcerato, e per la prima volta regnava forse nella prigione una giustizia assoluta.

Notte e coprifuoco

L’unica misura che parve avere un qualche effetto su tutti gli abitanti fu l’instaurazione del coprifuoco. A partire dalle undici, immersa nel buio completo, la città era di pietra.

Alla luce della luna schierava i suoi muri biancastri e le sue vie rettilinee, mai intaccate dalla macchia scura di un albero, mai turbate dalla camminata di un passante né dall’abbaiare di un cane. La grande città silenziosa era allora soltanto un insieme di cubi massicci e inerti, fra i quali le effigie taciturne di benefattori dimenticati o di antichi uomini illustri imprigionati per sempre nel bronzo erano le uniche tracce che restituissero, con i loro finti volti di pietra o di ferro, un’immagine svilita di ciò che era stato l’uomo. Quegli idoli mediocri troneggiavano sotto un cielo pesante, agli incroci senza vita, come fantocci inerti che ben rappresentavano il regno immobile nel quale eravamo entrati, o perlomeno il suo ordine ultimo, quello di una necropoli dove la peste, la pietra e la notte avrebbero infine zittito qualunque voce.

Funerali

I malati morivano lontano dalla famiglia e le veglie erano vietate, sicché chi moriva di sera passava la notte da solo e chi moriva durante il giorno veniva subito seppellito. I famigliari beninteso venivano avvisati, ma nella stragrande maggioranza dei casi non potevano spostarsi poiché se avevano vissuto a contatto con il malato si trovavano in quarantena. Nel caso in cui non avessero abitato con il defunto, i parenti si presentavano all’ora stabilita, che era quella della partenza per il cimitero, dopo che il corpo era già stato lavato e messo nella bara.

E ai pochi passanti che sfidando il regolamento si attardavano dopo il coprifuoco nei quartieri esterni (o che vi si trovavano a causa del loro lavoro) accadeva talora di imbattersi in lunghe ambulanze bianche che sfrecciavano a gran velocità facendo riecheggiare il loro sordo scampanellio nelle vuote vie notturne. In fretta e furia, i corpi erano gettati nelle fosse. E prima ancora che avessero finito di rotolarvi dentro, le palate di calce gli si rovesciavano sul volto e la terra anonima li copriva dentro buche sempre più profonde.

Disperazione

Avevano ancora, certo, le sembianze della tragedia e della sofferenza, ma non ne sentivano più il morso. E del resto il dottor Rieux, per esempio, riteneva che fosse proprio questa la tragedia, e che l’abitudine alla disperazione è peggiore della disperazione stessa. Prima coloro che erano separati non erano davvero infelici, c’era nella loro sofferenza una luce, che ora si era spenta. Adesso li vedevi per strada, nei caffè o a casa di amici, placidi e distratti, e lo sguardo così scoraggiato che con loro tutta la città sembrava una sala d’aspetto. 

Calpestio

Tuttavia se si volesse avere un’idea esatta dello stato d’animo in cui si trovavano i separati della nostra città, bisognerebbe di nuovo ricordare quelle eterne sere dorate e polverose che piombavano sulla città senza alberi, quando uomini e donne si riversavano nelle strade. Poiché, stranamente, quel che allora si levava verso le terrazze ancora inondate di sole, in assenza dei rumori di veicoli e di macchine che sono il linguaggio abituale delle città, era soltanto un brusio di passi e di voci sorde, il doloroso trascinarsi di migliaia di suole scandito dal fischio del flagello nel cielo pesante, un calpestio interminabile e alla fine soffocante che segnava il passo, che riempiva pian piano tutta la città e che sera dopo sera costituiva la voce più fedele e più triste della cieca ostinazione che nei nostri cuori rimpiazzava allora l’amore.

Cuore

“Lei è senza cuore,” gli avevano detto un giorno. Invece sì che ce l’aveva un cuore. Gli serviva per sopportare le venti ore al giorno in cui vedeva morire uomini che erano fatti per vivere. Gli serviva per ricominciare ogni giorno. Ormai gli restava cuore solo per questo. Come avrebbe mai potuto quel cuore essere sufficiente a dare la vita?

Accumulo di malattie

‘Ci ha fatto caso,’ mi ha detto, ‘che non è possibile accumulare le malattie? Supponga di avere una malattia grave o incurabile, un cancro serio o una bella tubercolosi, è impossibile che lei si prenda anche la peste o il tifo. Ma d’altronde la cosa è ancora più netta, poiché non si è mai visto un malato di cancro morire in un incidente d’auto.’

Felicità

Ma Rieux reagì con voce ferma dicendo che era una sciocchezza e che non c’era da vergognarsi a scegliere la felicità.

“Sì,” disse Rambert, “ma forse c’è da vergognarsi a essere felici da soli.”

Il male

C’erano senz’altro il bene e il male, e in genere era piuttosto facile spiegarsi cosa li distinguesse. Ma la difficoltà cominciava all’interno del male. C’era per esempio il male apparentemente necessario e c’era il male apparentemente inutile. C’era don Giovanni sprofondato all’Inferno e c’era la morte di un bambino. Se infatti è giusto che il libertino sia folgorato, la sofferenza del bambino invece non si riesce a comprendere. E in verità non c’era in terra nulla di più importante della sofferenza di un bambino e dell’orrore che tale sofferenza comporta e delle ragioni che occorre trovarle. Nel resto della vita, Dio ci semplificava tutto e fino a lì la religione non aveva alcun merito. Qui, invece, ci metteva con le spalle al muro. E così eravamo, sotto le mura della peste, e nella loro ombra mortale dovevamo trovare il nostro bene.

Non si poteva dire: “Questo lo capisco; questo invece è inaccettabile,” bisognava saltare dentro l’inaccettabile, che ci era offerto proprio perché facessimo la nostra scelta. La sofferenza dei bambini era il nostro pane amaro, ma senza quel pane la nostra anima sarebbe morta di fame spirituale.

Tutto o niente

No, non c’era una via di mezzo. Dovevamo accettare lo scandalo perché dovevamo scegliere di odiare Dio o di amarlo. E chi oserebbe scegliere di odiare Dio?

I morti

Non erano più i negletti al cui cospetto si viene a giustificarsi un giorno all’anno. Erano gli intrusi che chiunque voleva dimenticare. Sicché, in una certa maniera, quell’anno la Festa dei Morti fu ignorata. Secondo Cottard, a cui Tarrou riconosceva un linguaggio sempre più ironico, la Festa dei Morti era ogni giorno.

Ed era vero, i falò della peste ardevano sempre più vivaci nel forno crematorio. Da un giorno all’altro, certo, il numero dei morti non aumentava. Ma era come se la peste si fosse comodamente stabilizzata al proprio parossismo e mettesse nei propri quotidiani omicidi la precisione e la metodicità di un impiegato diligente. In linea di principio, e secondo il parere degli esperti, si trattava di un buon segno.

Indifferenza

E alla fine ci si rende conto che nessuno è davvero capace di pensare a nessuno, fosse anche nella peggior sciagura. Poiché pensare davvero a qualcuno significa pensarci ogni istante, senza essere distratti da niente, né dalle faccende di casa, né dal volo di una mosca, né dai pasti, né da un prurito. Ma le mosche e il prurito ci sono sempre. Per questo la vita è difficile. E loro lo sanno bene.”

Ostinazione a vivere

Il Natale di quell’anno fu più la festa dell’Inferno che quella del Vangelo. I negozi vuoti e senza luminarie, i cioccolatini finti o le scatole vuote nelle vetrine, i tram stracolmi di figure scure, non c’era nulla che rammentasse i Natali passati. In quella festa che un tempo accomunava tutti, ricchi e poveri, ora c’era spazio solo per rari pranzi solitari e ignobili che pochi privilegiati pagavano a peso d’oro in chissà quale sudicio retrobottega. Le chiese erano piene di lamenti più che di azioni di grazie. Alcuni bambini correvano nella città triste e gelida ancora ignari di ciò che li minacciava. Ma nessuno osava annunciare loro il dio di un tempo, carico di doni, vecchio come il dolore umano ma nuovo come la giovane speranza. Nel cuore di tutti c’era ormai spazio solo per un’assai vecchia e triste speranza, quella che impedisce agli uomini di abbandonarsi alla morte e che è soltanto una semplice ostinazione a vivere.

Tenerezza

Rieux sapeva cosa pensava in quel preciso istante il vecchio che piangeva, e lo pensava come lui, che quel mondo senza amore era come un mondo morto e che arriva sempre il momento in cui non se ne può più delle prigioni, del lavoro e del coraggio e si implora un volto umano e il cuore incantato della tenerezza.

Il personaggio peste

Tutte le misure prese dai medici, che prima non avevano sortito alcun effetto, sembravano di colpo efficaci. Pareva che la peste fosse a sua volta braccata e che la sua improvvisa debolezza facesse la forza degli stanchi eserciti che finora le erano stati contrapposti. Solo di tanto in tanto la malattia rialzava la testa e in una specie di cieco soprassalto si portava via tre o quattro malati di cui si sperava la guarigione. Erano gli sfortunati della peste, uccisi nel pieno della speranza.

Cambiamento o tutto come prima

Ma Cottard non sorrideva. Voleva sapere se si poteva immaginare che in città la peste non avrebbe cambiato niente e che tutto sarebbe ripreso come prima, cioè come se non fosse successo niente. Tarrou pensava che la peste avrebbe cambiato la città e nel contempo non l’avrebbe cambiata, che naturalmente il più grande desiderio dei nostri concittadini era e sarebbe stato fare come se non fosse cambiato niente e che, quindi, in un certo senso niente sarebbe cambiato, ma in un altro senso non è possibile dimenticare tutto, anche con la debita forza di volontà, e la peste avrebbe lasciato delle tracce, perlomeno nel cuore degli uomini. 

Per il momento voleva fare come tutti quelli che, intorno a lui, sembravano credere che la peste può venire e andarsene senza che il cuore degli uomini ne sia trasformato.

Rimpianti

In quel momento, sapeva cosa pensava la madre e sapeva che lo amava. Ma sapeva anche che amare una persona non è una gran cosa o perlomeno che un amore non è mai abbastanza forte da riuscire a trovare il modo di esprimersi. Così lui e la madre si sarebbero amati sempre in silenzio. E anche lei sarebbe morta – oppure lui – senza che in tutta la vita fossero riusciti a fare un passo avanti per dire il loro affetto. Allo stesso modo aveva vissuto accanto a Tarrou, e stasera lui era morto senza che la loro amicizia avesse avuto il tempo di essere davvero vissuta. Tarrou aveva perso la partita, come diceva. Invece lui, Rieux, che cosa aveva guadagnato? Soltanto di aver conosciuto la peste e di ricordarselo, di aver conosciuto l’amicizia e di ricordarselo, di conoscere l’affetto e di doversene un giorno ricordare. La conoscenza e la memoria erano tutto ciò che l’uomo poteva guadagnare al gioco della peste e dalla vita. Forse era questo che Tarrou chiamava vincere la partita! 

Riferimento ad Auschwitz

Negavano con tutta serenità, e contro ogni evidenza, che avessimo mai conosciuto quel mondo insensato in cui l’uccisione di un uomo era normale come quella di una mosca, quell’efferatezza ben definita, quel delirio calcolato, quella reclusione che portava con sé una spaventosa libertà rispetto a tutto ciò che non era il presente, quell’odore di morte che lasciava stupefatti tutti coloro che non uccideva, negavano infine che fossimo stati quel popolo stranito di cui ogni giorno una parte, gettata nella bocca di un forno, si trasformava in grasse volute di fumo, mentre l’altra aspettava il proprio turno gravata delle catene dell’impotenza e della paura.


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