venerdì 25 settembre 2020

La mia lotta (1) / Karl Ove Knausgard

La mia lotta (1) / Karl Ove Knausgard ; traduzione di Lisa Raspanti. - Milano : Ponte alle Grazie, 2010. - 489 p. ; 22 cm. - Successivamente pubblicato da Feltrinelli con il titolo La morte del padre. 


Ci sono dei punti interessanti è, indubbiamente Knausgard sa scrivere, ma a volte è insopportabile nelle noiose elencazioni, come ad esempio questa:

Prima quello che avremmo mangiato per cena, che posò sul bancone - quattro filetti di salmone sottovuoto, un sacchetto di patate scure di terra, un cavolfiore e un pacco di fagioli surgelati - poi tutte le altre cose, che mise un po’ in frigorifero e in parte nella credenza. Una bottiglietta di Sprite da mezzo litro, una bottiglia da mezzo litro di birra CB, un sacchetto di arance, un cartone di latte, uno di succo d’arancia, una pagnotta. Io accesi i fornelli e presi una padella dal mobile sotto il bancone, presi la margarina dal frigorifero, ne tagliai un pezzo e lo misi nella padella, riempii una grande pentola di acqua e la misi sulla piastra dietro, slegai il sacco e feci cadere le patate nel lavello, aprii l’acqua e iniziai a lavarle, mentre il burro lentamente si scioglieva sul fondo nero della padella.

C'è bisogno di fare l'elenco della spesa così dettagliato?

Incipit

PER IL CUORE LA VITA È SEMPLICE: batte finché può. Poi si ferma. Prima o poi, un giorno o l’altro, quel movimento pulsante si arresta da solo e il sangue inizia a scorrere verso i punti più bassi del corpo, dove si accumula in un piccolo ristagno, visibile dall’esterno come una chiazza scura e molle sulla pelle sempre più bianca; intanto la temperatura scende, gli arti si irrigidiscono e i visceri si svuotano. I mutamenti di queste prime ore avvengono così lentamente e vanno avanti con una tale sicurezza da avere in sé un che di rituale, come se la vita capitolasse secondo determinate regole, una specie di gentlemen’s agreement, a cui si conformano anche i rappresentanti della morte, mentre aspettano che la vita si sia ritirata, prima di cominciare l’invasione del nuovo territorio. Da quel momento, però, non si torna indietro. Nessuno può fermare gli enormi sciami di batteri che cominciano a diffondersi all’interno del corpo. Se avessero tentato solo poche ore prima, avrebbero incontrato subito resistenza, ma ora tutto è immobile intorno a loro, e si spingono sempre più giù nell’umida oscurità. Raggiungono i canali di Havers, le cripte di Lieberkühn, le isole di Langerhans. Raggiungono le capsule di Bowman nei reni, la colonna di Clarke nel midollo spinale, la sostanza nera nel mesencefalo. E raggiungono il cuore. È ancora intatto, ma privo del movimento che è lo scopo di tutta la sua struttura, ha in sé una strana desolazione, come una fabbrica che gli operai hanno dovuto abbandonare in fretta e furia, si potrebbe pensare, le ruspe immobili con la luce gialla dei fari puntata contro l’oscurità della foresta, le baracche deserte, la fila di casse che pendono cariche dalla funivia lungo il fianco della montagna.

La considerazione della morte nella nostra società

Non è però facile dire cosa venga rimosso esattamente. Non certo la morte in sé: la sua presenza nella società è troppo diffusa perché accada. La quantità di morti che ogni giorno vengono citati nei quotidiani o mostrati nei telegiornali varia a seconda delle circostanze, ma da un anno all’altro probabilmente il numero è più o meno costante e, dal momento che è divulgato su così tanti canali, praticamente inevitabile. Quella morte non sembra però minacciosa. Anzi, è qualcosa che desideriamo e che paghiamo per vedere. Se poi si prendono in considerazione le smisurate quantità di morti prodotti dalla fiction, il sistema che vuol tenere i morti lontano dalla nostra vista diventa ancora più incomprensibile. Se la morte come fenomeno non ci spaventa, perché dunque tanto disagio davanti ai cadaveri? 

Le pompe funebri

Tutte le pompe funebri sono il più possibile vicino al livello della strada. Non è facile dire perché; si potrebbe pensare che sia dovuto a una vecchia convenzione che aveva inizialmente uno scopo pratico, come per esempio che la cantina era fredda e dunque più adatta a conservare i cadaveri, e che questo principio sia stato mantenuto persino nella nostra epoca di congelatori e celle frigorifere, se non fosse per l’idea che portare i morti in alto sembra contro natura, quasi che l’altezza e la morte si escludessero a vicenda. 

Lo scorrere del tempo

Per tutta l’infanzia e l’adolescenza ci sforziamo di stabilire la giusta distanza dalle cose e dai fenomeni. Leggiamo, impariamo, facciamo esperienze, rettifichiamo. Arriviamo quindi un giorno al punto in cui tutte le distanze necessarie sono state fissate, tutti i sistemi necessari sono stati stabiliti. È allora che il tempo comincia ad andare più veloce. Non incontra più nessun ostacolo, tutto è stato fissato, il tempo scorre attraverso le nostre vite, i giorni scompaiono a gran velocità, prima di rendercene conto abbiamo quaranta, cinquanta, sessant’anni...

Innamoramento ai tempi della scuola (il brano più bello!)

Durante la lezione, non riuscii a concentrarmi. Pensavo solo a Hanne, nonostante che fosse nella mia stessa stanza. Pensare, o meglio... Si poteva piuttosto dire che traboccavo di sensazioni che bloccavano la strada a qualsiasi altro pensiero. E così fu per tutto quell’inverno e quella primavera. Ero innamorato e non era un innamoramento di quelli piccoli, era uno di quelli grandi, di quelli per cui in una vita c’è posto solo per tre, forse quattro. Questo era il primo e, visto che era una novità assoluta, forse anche il più intenso. Tutto per me ruotava intorno a Hanne. Ogni mattina mi alzavo ed ero contento di andare a scuola, dove ci sarebbe stata lei. Se non c’era, se era malata o assente, ogni cosa perdeva subito di senso, allora il resto della giornata consisteva solo nel cercare di resistere. Per cosa? Che cosa aspettavo, quando aspettavo? Sicuramente non gli abbracci appassionati o i baci intensi, perché una relazione in quel senso semplicemente non esisteva. No, ciò che aspettavo e per cui vivevo era la mano che mi sfiorava la spalla, il sorriso che le illuminava il viso quando mi vedeva o quando facevo lo spiritoso, erano le strette e gli abbracci quando ci incontravamo come amici dopo la scuola. I secondi in cui la stringevo tra le braccia e sentivo la sua guancia contro la mia, il suo odore, quello del suo shampoo, il leggero profumo di mela. Era attratta da me, lo sapevo, ma aveva dei confini così rigidi intorno a sé e a cosa poteva fare, che non era possibile che ci mettessimo insieme. O meglio, non ero poi così sicuro che fosse attratta da me, poteva essere semplicemente lusingata dalle mie attenzioni e volerci giocare un po’. Ma in ogni caso speravo, davo un’interpretazione a tutto quello che diceva e faceva durante le giornate di scuola quando tornavo nel mio appartamento e la cosa o mi faceva precipitare giù, nella valle più profonda dell’infelicità, o mi trascinava su, sulla cima più alta e luminosa della felicità. Non esisteva una via di mezzo.

A scuola iniziai a mandarle dei bigliettini. Piccoli commenti, saluti, brevi messaggi che spesso avevo pensato la sera prima. Poi lei rispondeva, io leggevo e scrivevo una risposta, che rimandavo indietro osservando attentamente mentre la leggeva. Se lei metteva fine a qualcosa a cui avevo dato inizio, mi rabbuiavo. Se mandava avanti la cosa, dentro di me fremevo e scintillavo come una campana. Dopo un po’ i biglietti furono sostituiti da un blocco, che andava avanti e indietro tra me e lei, non troppo spesso, non volevo che le venisse a noia, ma due o tre volte in una giornata potevano bastare. Le chiedevo spesso se voleva venire con me al cinema o in un bar e lei rispondeva ogni volta: Sai che non posso.

... e delusione

Ero stato annientato. Io con tutti i miei bigliettini, con tutte le conversazioni con lei, con tutte le mie ingenue speranze e i miei desideri infantili, io ero nessuno, un grido nel cortile della scuola, una pietra in fondo a un dirupo, il rumore di una macchina di passaggio.

Memoria dell'infanzia

A parte alcuni singoli eventi, di cui io e Yngve avevamo parlato così spesso che avevano assunto quasi proporzioni bibliche, non ricordavo praticamente niente della mia infanzia. O meglio, non ricordavo praticamente niente degli eventi. Ma ricordavo i luoghi in cui erano avvenuti. Ricordavo tutti i posti in cui ero stato, tutte le stanze. Ma non quello che vi era successo.

Nostalgia dell'infanzia

Perché la nostalgia non solo è spudorata, ma anche traditrice. Cosa ricava in realtà una persona di vent’anni dalla nostalgia per la propria infanzia? Per la sua adolescenza? Sembrava quasi una malattia.

I sentimenti

 I sentimenti sono come l’acqua, prendono sempre la forma di ciò che li circonda. Neppure il più grande dolore lascia tracce, neppure quando dura a lungo e sembra capace di sopraffarti, e non perché i sentimenti si congelino, non possono farlo, ma perché restano calmi, come l’acqua in uno stagno.

Pioggia

Oh, la soffocante aria estiva che all’improvviso si rinfresca, tanto da diventare più fredda della pioggia che ti cade sul viso, e allora chini la testa all’indietro per godere di quella particolare sensazione. Le foglie degli alberi che tremano sotto il tocco leggero delle gocce, il lieve, quasi impercettibile, tamburellare della pioggia a diverse altezze: contro la montagna rocciosa accanto alla strada o sui fili d’erba nel fossato sottostante, sul tetto di fronte e sul sedile della bicicletta incatenata allo steccato, sull’altalena in giardino e sui cartelli stradali, nei canaletti di scolo e sulle carrozzerie e sui tetti delle auto parcheggiate.

L'aria, vita e morte

L’aria era diventata leggermente più fresca e dato che la mia pelle era così calda dopo il lavoro, me ne accorsi subito, sentii come mi circondava, premeva sulla pelle e penetrava nella bocca quando la aprivo. Circondava gli alberi davanti a me, le case, le macchine, i pendii delle montagne. L’aria che si sposta da un posto a un altro quando la temperatura scende, queste continue cascate nel cielo che noi non riusciamo a vedere, che ci arrivano addosso come enormi ondate, sempre in movimento, in lenta caduta, con veloci turbinii, dentro e fuori da tutti questi polmoni, l’aria che sbatte contro tutti questi muri e tutti questi angoli, sempre invisibile, sempre presente.

Ma papà non respirava più. Questo era quello che gli era successo, il collegamento con l’aria si era interrotto, ora l’aria lo circondava come se lui fosse un oggetto qualsiasi, un tronco d’albero, una tanica di benzina, un divano. Non inalava più l’aria dentro di sé, perché è questo che facciamo quando respiriamo, inaliamo, entriamo sempre più a far parte del mondo.


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recensireilmondo.com

linkiesta.it/2014

www.youtube.com Intervista




mercoledì 2 settembre 2020

Il sentiero dei nidi di ragno / Italo Calvino


Il sentiero dei nidi di ragno / Italo Calvino ; presentazione dell'autore ; con uno scritto di Cesare Pavese. - Milano : Oscar Mondadori, 2011. - LXIV, 152 p. ; 20 cm.


Incipit

"Per arrivare fino in fondo al vicolo, i raggi del sole devono scendere diritti rasente le pareti fredde, tenute discoste a forza d’arcate che traversano la striscia di cielo azzurro carico.
Scendono diritti, i raggi del sole, giù per le finestre messe qua e là in disordine sui muri, e cespi di basilico e di origano piantati dentro pentole ai davanzali, e sottovesti stese appese a corde; fin giù al selciato, fatto a gradini e a ciottoli, con una cunetta in mezzo per l’orina dei muli.
Basta un grido di Pin, un grido per incominciare una canzone, a naso all’aria sulla soglia della bottega, o un grido cacciato prima che la mano di Pietromagro il ciabattino gli sia scesa tra capo e collo per picchiarlo, perché dai davanzali nasca un’eco di richiami e d’insulti.
– Pin! Già a quest’ora cominci ad angosciarci! Cantacene un po’ una, Pin! Pin, meschinetto, cosa ti fanno? Pin, muso di macacco! Ti si seccasse la voce in gola, una volta! Tu e quel rubagalline del tuo padrone! Tu e quel materasso di tua sorella!
Ma già Pin è in mezzo al carrugio, con le mani nelle tasche della giacca troppo da uomo per lui, che li guarda in faccia uno per uno senza ridere:
- Di' Celestino, sta' un po' zitto, bel vestito nuovo che hai. E-di', quel furto di stoffa ai Moli Nuovi, poi, non si sa ancora chi sia stato? Be', che c'entra. Ciao Carolina, meno male quella volta. Si, quella volta meno male tuo marito che non ha guardato sotto il letto. Anche tu, Pasca, m'han detto che è successo proprio al tuo paese. Sì, che Garibaldi ci ha portato il sapone e i tuoi paesani se lo son mangiato. Mangiasapone, Pasca, mondoboia, lo sapete quanto costa il sapone?"

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Recensione di Cesare Pavese

atuttascuola.it

italocalvinowebsite

I personaggi



giovedì 11 giugno 2020

Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo / Nicola Gardini.

Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo / Nicola Gardini. - Milano : Garzanti, 2018. - 205 p. ; 21 cm.

Abstract: Il latino - quello dei grandi autori, della letteratura ma anche quello quotidiano che spesso usiamo inconsapevolmente - è un tesoro di significati che continuano a parlarci e a renderci quel che siamo. Non soltanto perché attraverso questa lingua possiamo farci idee più chiare sulla provenienza di immagini, metafore, modi di dire, ma soprattutto perché continuamente ci sfida a entrare in contatto e in dialogo costante con il nostro passato, e quindi a conoscere meglio noi stessi. In questo personalissimo vocabolario ideale, spaziando tra la storia e la filosofia, tra grandi classici e scrittori moderni, Nicola Gardini sceglie dieci parole che a suo dire hanno formato e continuano a formare il nostro tempo e la nostra civiltà, e attraverso le quali è possibile leggere in controluce un frammento della storia di tutti noi. Dimostrandoci ancora una volta che, per quanto nuovo e moderno, il nostro mondo continua a svilupparsi a partire da alcune basi fondamentali dalle antichissime radici che sarebbe impossibile - oltre che profondamente sbagliato - ostinarsi a ignorare.

SIGNUM, ARS, MODUS, STILUS, VOLVO, 
MEMORIA,VIRTUS, CLARITAS, SPIRITUS, RETE



Link:
www.youtube.com Intervista a Nicola Gardini

venerdì 5 giugno 2020

Il buio oltre la siepe /Harper Lee

Il buio oltre la siepe / Harper Lee ; traduzione di Amalia D'Agostino Schanzer. - Milano : Feltrinelli, 2011 (Universale economica ; 459). - 290 p. ; 20 cm.


Abstract: In una cittadina del profondo Sud degli Stati Uniti l'onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d'ufficio di un negro accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l'innocenza, ma l'uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda, che è solo l'episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, un Huckleberry in gonnella, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei. Nel suo raccontare lieve e veloce, ironico e pietoso, rivive il mondo dell'infanzia che è un po' di tutti noi, con i suoi miti, le sue emozioni, le sue scoperte.


Incipit:

Jem, mio fratello, aveva quasi tredici anni all’epoca in cui si ruppe malamente il gomito sinistro. Quando guarì e gli passarono i timori di dover smettere di giocare a football, Jem non ci penso quasi più. Il braccio sinistro gli era rimasto un po’ più corto del destro; in piedi o camminando, il dorso della sinistra faceva un angolo retto con il corpo, e il pollice stava parallelo alla coscia, ma a Jem non importava un bel nulla: gli bastava poter continuare a giocare, poter passare o prendere la palla al volo. Poi, quando di anni ne furono trascorsi tanti da poterli ormai ricordare e raccontare, ogni tanto si discuteva di come erano andate le cose, quella volta. Secondo me tutto cominciò a causa degli Ewell, ma Jem, che ha quattro anni più di me, diceva che bisognava risalire molto più indietro, a precisamente all’estate in cui capitò da noi Dill e per primo ci diede l’idea di far uscire di casa Boo Radley.



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it.wikipedia

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laletteraturaenoi.it

library.weschool

www.feltrinellieditore (video)

www.youtube.com (finale del film)

lunedì 1 giugno 2020

1947/ Elisabeth Asbrink

1947 / Elisabeth Åsbrink ; traduzione di Alessandro Borini. - 
 Iperborea, 2018 (Iperborea ; 292). - 314 p. ; 20 cm.


E' l'anno in cui sono nato e ne sono successe di cose. Si sentiva ancora l'eco della guerra da poco conclusa.


Incipit:

Il tempo non va esattamente come dovrebbe. Il primo gennaio del 1947 il Times scrive che gli inglesi non possono fare affidamento sui propri orologi. Per essere del tutto certi che il tempo sia quello che dice di essere si consiglia loro di ascoltare la BBC, che trasmetterà dei notiziari supplementari su quale sia effettivamente l’ora esatta. Gli orologi elettrici risentono delle frequenti interruzioni di corrente, ma anche quelli meccanici vanno controllati. Forse dipende dal freddo. Forse la situazione migliorerà. Nel corso della guerra sono state sganciate sulla Gran Bretagna circa 50.000 tonnellate di bombe. Oltre 4,5 milioni di edifici risultano danneggiati. Ci sono centri rurali minori che sono quasi stati rasi al suolo, come la cittadina portuale scozzese ai cui bombardamenti è addirittura stato dato un nome: il Clydebank Blitz.
Nella città austriaca di Wiener Neustadt una volta si contavano 4000 edifici. Ora ne restano intatti solamente diciotto. A Budapest la metà delle case è inabitabile. In Francia sono stati distrutti, nel complesso, 460.000 edifici. In Unione Sovietica sono stati completamente annientati 1700 tra centri minori e villaggi. In Germania le bombe hanno distrutto all’incirca 3,6 milioni di abitazioni; una casa ogni cinque. La metà delle case di Berlino è inabitabile. In tutta la Germania oltre diciotto milioni di persone sono senza dimora. Altri dieci milioni lo sono in Ucraina. Tutti sono costretti a cavarsela con un accesso limitato all’acqua e sporadico all’elettricità.
I diritti umani non esistono, il concetto di genocidio è sconosciuto ai più. I superstiti hanno appena cominciato a contare i propri caduti. Molti fanno ritorno a casa senza trovarla, altri si dirigono dovunque tranne che verso il proprio luogo di provenienza. Le campagne d’Europa sono state spogliate, depredate e, in seguito al sabotaggio delle dighe, risultano a tratti allagate. Terreni coltivati, boschi, fattorie – vita, pane e lavoro di tanti – giacciono sotto la cenere, ricoperti di fango. Sotto l’occupazione tedesca la Grecia ha perso un terzo delle proprie aree boschive. Più di mille villaggi sono stati dati alle fiamme. In Jugoslavia oltre la metà del bestiame è stato ucciso e il saccheggio di granaglie, latte e lana ha messo in ginocchio l’economia. Gli eserciti di Stalin e di Hitler non solo hanno seminato devastazione dove avanzavano, hanno pure ricevuto l’ordine di distruggere tutto ciò che trovavano sul proprio cammino in fase di ritirata. La tattica della terra bruciata prevedeva che non si lasciasse nulla alle truppe nemiche. Per usare le parole di Heinrich Himmler: «Nessuna persona, nessun capo di bestiame, nessun carico di cereali, nessuna tratta ferroviaria devono essere lasciati alle spalle […] Il nemico deve trovare un paese totalmente bruciato e distrutto». Adesso, dopo la fine della guerra, tutti vanno in cerca di orologi da polso – c’è chi li ruba, chi li nasconde, chi li dimentica, chi li perde. Il tempo rimane incerto. Quando sono le otto di sera a Berlino, a Dresda sono le sette e a Brema invece le nove. Nella zona russa vige il fuso orario russo, mentre nella propria parte di Germania gli inglesi introducono l’ora legale. Se qualcuno chiede l’ora, i più rispondono di non sapere che fine abbia fatto. L’orologio, intendono. Oppure vogliono dire il tempo?



1947 è il vertiginoso racconto di un anno in cui la politica e la grande Storia si fondono con gli eventi quotidiani. Un anno trascurato e apparentemente insignificante, in cui un vecchio ordine cade e ne sorge uno nuovo, ma soprattutto l’anno dove inizia il nostro presente.

 

Dove comincia il presente? Quando nascono le forze, i conflitti e le idee che governano la nostra epoca? Inseguendo le tracce della famiglia che non ha mai potuto conoscere, Elisabeth Åsbrink ci trasporta in un anno cruciale del ’900, nel momento in cui l’Occidente, reduce dal Secondo conflitto mondiale, è di fronte a una serie di bivi e possibilità ancora aperte, e compie scelte decisive per i nostri giorni. È il 1947 quando scoppia la Guerra fredda, viene istituita la CIA e Kalašnikov inventa l’arma oggi più diffusa al mondo; l’ONU riconosce lo Stato di Israele e il figlio di un orologiaio egiziano lancia il mo­derno jihad. È solo nel ’47 che viene redatta la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, prima sconosciuti all’umanità quanto il termine «genocidio», coniato da un giurista polacco che ha perso la famiglia nei Lager. E mentre una rete clandestina di organizzazioni internazionali mette in salvo i gerarchi del Reich e rilancia gli ideali fascisti, Primo Levi riesce a pubblicare Se questo è un uomo, un disilluso George Orwell scrive il profetico 1984 e Christian Dior crea il suo controversoNew Look. In mezzo a tutto questo, tra le masse di profughi ebrei che attraversano l’Europa in cerca di una nuova vita, c’è il padre dell’autrice, un orfano ungherese di dieci anni, davanti a una scelta che deciderà il suo futuro. In un racconto poetico e documentatissimo, che ci cala nei destini di personaggi d’eccezione e persone comuni, Åsbrink ricompone il puzzle di un anno emblematico per la sua identità personale e per quella collettiva. E scavando nei retroscena degli eventi, fino agli istanti in cui la Storia avrebbe potuto prendere un altro corso, arriva all’origine di quei nodi che non abbiamo ancora sciolto.

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sulromanzo.it/blog/la-storia-del-1947-in-un-libro-straordinario

lunedì 25 maggio 2020

Il Dizionarietto di greco / Paolo Cesaretti, Edi Minguzzi

Il Dizionarietto di greco : le parole dei nostri pensieri / Paolo Cesaretti, Edi Minguzzi. - Brescia : La scuola, 2017 (Orso Blu, 99). - 252 p. ; 20 cm.


E' un dizionario che seleziona alcuna parole fondamentali della lingua greca, che sono indispensabili per la cultura in generale.
Da Accademia a Zoologia.


Chi ha detto che il greco è marginale nel panorama delle lingue moderne o, peggio, che il greco antico è una lingua morta? Questo Dizionarietto, con una cavalcata interdisciplinare attraverso le parole (da Accademia a Zoologia), mostra come l’universo linguistico greco sia il serbatoio concettuale di 3000 anni di cultura occidentale, come dimostrano anche i neologismi che hanno caratterizzato le scienze negli ultimi secoli (dalla fisica alla cibernetica, dalla economia alla psicoanalisi). Per ogni lemma si presentano l’etimologia, la fortuna culturale, gli esiti, spesso paradossali, nella lingua comune, le curiosità e l’uso, con brevi citazioni di passi greci proposti nell’originale, trascritti e tradotti. Utile a chi ha frequentato il liceo classico, ma anche a chi proviene da altri percorsi, il Dizionarietto di greco offre ai lettori la “carta d’identità” della nostra cultura. E consente di riscoprire con occhi nuovi la più formidabile macchina per pensare (e sentire) mai elaborata: la lingua greca.
PAOLO CESARETTI insegna Letteratura Greca, Civiltà Bizantina e Storia Romana all’Università di Bergamo. Tra le sue pubblicazioni: Teodora. Ascesa di una imperatrice (Mondadori, 2002) e Le quattro mogli dell’imperatore. Storia di Leone VI di Bisanzio e della sua corte (Mondadori, 2015).
EDI MINGUZZI insegna Lingua Greca all’Università Statale di Milano. Tra i suoi lavori, Imparare il greco. Grammatica e lessico di base (Cortina, 2012) e, con R. Giacomelli, La parola e la frase. Corso di semantica (Il Calamo, 2007).

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Video presentazione

sabato 23 maggio 2020

Dissipatio H. G. / Guido Morselli

Dissipatio H. G. / Guido Morselli. - Milano : Adelphi, 2012 (Gli Adelphi ; 417). - 142 p. ; 20 cm.

Incipit:

"Relitti fonico-visivi mi tengono compagnia, e sono ciò che di più diretto mi rimanga di ‘loro’. Puramente verbali, due (da notiziari della radio, suppongo): fallito dirottamento e riuscito stupro di una ragazza in un aereo dell'Olympic Airways; e quest'altro in inglese, forse dall'inattendibile Voice of Europe: A favorite Polish joke goes, we feign to work, the State feigns to pay us. E due immagini: una bottiglia, con corona reale sullo sfondo, e la scritta in rosso: Seagram's Canadian Whisky. Il quadratino bianco del campo di tennis dietro l'Hotel Bellevue, nell'oculare del mio binocolo. La memoria involontaria non ha altro, e questi ricordi vi fluttuano insistenti e vaghi.
Relitti inconsistenti, e ormai reliquie. Da quella notte un mezzo mese è trascorso, e potrei dire altrettanto bene un mezzo secolo. Un lungo panico, in principio. E poi, ma tramontata subito, incredulità, e poi di nuovo paura. Adesso l'adattamento. Rassegnazione? Direi proprio accettazione. Con intervalli di proterva ilarità, e di feroce sollievo.
Esco dalla sede del giornale. Ci lavoravo da giovane, e ci sono tornato, l'ho girato tutto, per una conferma. La conferma c'è stata: ho negli occhi il gesto assurdo delle linotypes, i cui bracci scheletrici continuano, chissà come, a sollevarsi e a abbassarsi. Allorché ' loro ' sono scomparsi (alle due del mattino), il lavoro era a quel punto, in tipografia i linotypisti che componevano, le rotative non ancora in moto; la redazione, su, che ripassava gli ultimi servizi. I flashes d'agenzia rimasti in tronco sulle telescriventi (e non mi sono curato di leggerli, ho visto che erano interrotti: i messaggi cessati all'altro capo del telex; qui, tutto era regolare). Nel suo stallo privilegiato, l'I.B.M. con le spie rosse accese. Del resto, i locali del giornale sono illuminati; nell'ufficio della segretaria di redazione, che era sempre la signorina Manàss, un piccolo ventilatore seguita a ronzare sul tavolo. Lei, stava scrivendo, la penna è di traverso al foglio, come caduta dalla sua mano. Ma la poltrona non è ribaltata. Anzi, non è scostata dalla scrivania. Come ha fatto la signorina Manàss a involarsene?"

Note

Non rompere il silenzio. E' una cosa che mi accomuna.

Me ne sono stato seduto alla macchina un pomeriggio, senza toccarla. Il ticchettio dei tasti mi avrebbe sconvolto. O era come un superstizioso dovere, non rompere il silenzio. In cucina, per riscaldarmi il caffè, in punta di piedi. Fuori, sul selciato, la pioggia batteva sonoramente, ma io non dovevo fare rumore.

Eppure il silenzio gravava e io lo registravo con un senso diverso da quello uditivo, forse emozionale, forse riflesso e ragionante. Ciò che 'fa' il silenzio e il suo contrario, in ultima analisi è la presenza umana, gradita o sgradita; e la sua mancanza. Nulla le sostituisce, in questo loro effetto.
E il silenzio da assenza umana, mi accorgevo, è un silenzio che non scorre. Si accumula.

Suicidio

La notte favolosa fra il 1 e il 2 giugno. Quella notte, era deciso, io mi sarei ammazzato.
Perché.
Per il prevalere del negativo sul positivo. Nel mio bilancio. Una prevalenza del 70 per cento. Motivazione banale, comune? Non ne sono certo.

Andarmene, dunque, senza lasciare traccia. Questo mi è parso essenziale. La gente, se se ne fosse poi occupata, doveva concludere a una definitiva irreperibilità. Meglio, a un misterioso annichilamento, un dissolvimento nel nulla. 
(In fondo anche lui sogna una dissipatio)

L'epilogo è in armonia con questo imprevedibile. Non ho agito. Sono stato agito dal senso organico, che è quanto dire : 85 chilogrammi di sostanza vivente non ubbidivano. Consci, a modo loro, della sentenza secondo cui morire è cambiare materia, non erano disposti a cambiare materia.

Il racket della diagnosi precoce

Cose note a milioni di vittime, con le quali io ero caduto nel racket della «diagnosi precoce». Il fenomeno, per essere parte del Sistema (in senso marcusiano), viene accolto con benevolenza dalla sociologia, ossia ignorato o non denunciato, ma ha le caratteristiche precise della estorsione mafiosa. La malattia di partenza non è grave, ma può diventarlo, ovviamente, sicché occorre «seguirla», occorrono interventi medici frequenti per accertare «in sede diagnostica», si osservi, eventuali degenerazioni. Ma - si domanda il soggetto (passivo) - a che scopo, visto che le «eventuali degenerazioni», ove mai si verifichino, sono incurabili, e incurate? Ogni tre mesi mi costringete all'attesa del verdetto : «c'è o non c'è». A che scopo, visto che se «c'è», è l'agonia lenta e sicura, consapevole, e senza rimedio?

Gli oggetti e i richiami alla vita

A parte l'aggressione dei problemi irrisolti, c'è l'assedio delle piccole cose 'care'. Piccole cose familiari e vischiose, gli oggetti che ti riagguantano, e ognuno ha il suo modesto fascino prensile, tenace, è la foto fatta da te, incorniciata da te, della neve d'aprile sul tetto, il tappetino fìnto-buchara che ti sei regalato per Natale, la macchina da scrivere col foglio infilato sul rullo, il fanale da caccia a carburo che non ti serve ma sta così a posto in anticamera col suo rosso vivo, il long-playing con la sonata per piano di Albinoni. E ognuno col suo struggente appello, con la sua insidia: e vuole intrattenerti, legarti, si stupisce che tu abbia pensato di, tentato di... Ma infine, se torni, ti dicono, se sei ancora qui, è stato anche per noi; e magari lo sanno che non è vero, ma bisogna pure che fingano di rallegrarsi.

La posta, avvisi di riunioni, mostre e conferenze, pubblicità spicciola, la rata bimestrale delle tasse (giugno- luglio), la compagnia di assicurazioni che manda un cartoncino a stampa : « Lei compirà domani i 40 anni, i nostri voti migliori e un cordiale consiglio, provveda a... ».

Solipsismo

Solo nel mondo. In gergo filosofico si chiama, salvo errore, solipsismo: l'individuo io, e la sua visione delle cose, nessun altro, niente altro. Ma la filosofia non m'interessava (non mi ha mai molto interessato). Io ' vivevo ' questo. Mi alzavo di tra l'erba e abbracciavo i larici, cosa che mi capitava di fare anche da ragazzo e allo stesso fine preciso: di lasciarmi penetrare dalla loro forza vitale. A volte, invece, convinto di essere di razza celta, e di venerarli come i Celti sacralmente veneravano le querce. A volte, per puro entusiasmo.

Parliamo pure di dinamismo vitale dell'individuo, di molteplicità virtualmente infinita di relazioni, o di esperienze. Ma rendiamoci conto che è retorica. Ognuno è vincolato a un suo minuscolo frammento di realtà, e, di fatto, non ne esce.

Anarchia e Monarchia coincidono, ora e in me. Nessuno dispone di me, io dispongo di tutto. Sono virtualmente in grado di portarmi a casa il Codice Atlantico, o la bibbia di Gutenberg, senza che nessuno mi denunci, di dichiararmi filosofo senza che nessuno mi smentisca, di proclamare la pace perpetua sicuro che sarà osservata, sono virtualmente in grado di...

Chi mai ha avuto paura, prima di me. Non era paura quella che cessava presto o tardi, quella che coglieva alcuni o tanti insieme, che era spartita, condivisa. Che era prevista. Che qualcuno magari cercava, gustava. Io mi sto ripetendo che essa è nata per me, e ne ho le prove sicure, è stata creata per me, contro di me, io ne sono il centro, lo scopo.

Ritorno dalla natura

Non cercata, ho una prova che l'Evento non è una chimera, un'invenzione mia. In mezzo ai binari vedo sfilare una famiglia di camosci. Due femmine, un maschio, e i cuccioli. Scesi a valle dai monti. Mai accaduto a memoria d'uomo. Del resto ho notato qualche altro segno di buon auspicio: gli uccelli fanno un baccano indiavolato, si sono moltiplicati. Sono ricomparsi molto numerosi, con mio piacere perché li ho sempre apprezzati, in senso musicale, i notturni. Le strigi, i gufi, gli allocchi, e le civette, s'intende. L'istinto li avverte di una novità in cui certo non speravano; il grande Nemico si è ritirato. Non ci sono più fumi nell'aria, a terra non ci sono più puzzi e frastuoni. (O genti, volevate lottare contro l'inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante). Può darsi che questo scorcio di primavera freddo, nebbioso, li incoraggi. Ieri a tramonto un duetto, più espressivo di quello di Lévy e Malinowski, fra civette. Una delle due, la femmina?, teneva il suo verso distinto dal verso del compagno, di un semitono, e non variava se non a intervalli piuttosto lunghi e press'a poco uguali. La melopea ha del primitivo, non del lugubre come tutti dicevano. Ho interloquito, senza cercare di imitare, insistendo su una nota bassa, appena accordata alle loro, in bordone. Ho anche tentato una dissonanza. Pare che non gli dispiacessi, perché si sono avvicinate. Abbiamo gusti in comune, il bosco e la notte; sono nittalopo e nottivago quasi come loro, e anch'io, se canto, canto di notte. A parte che le mie corde vocali, a differenza delle loro, sono state trattate alla nicotina.

Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

La natura non si è accorta della notte del 2 giugno. Forse si rallegra di riavere in sé tutta la vita, chiuso l'intermezzo breve che per noi aveva il nome di Storia. Sicuramente, non ha rimpianti né compunzioni.

Il pericolo essenziale - l'uomo - non c'è più. Il resto, ciò che vive, è inoffensivo: è la natura, in me e intorno a me. Date le circostanze, un qualsiasi individuo al mio posto avrebbe buone probabilità di morire di vecchiaia. Le malattie sono socio-indotte, o direttamente o indirettamente: la tensione che veniva dall'esistenza associata, ecc. Adesso non c'è più che un fulmine che possa raggiungermi, un terremoto, un meteorite. Cose remote.

A Klaus, dove la mia valle termina nella pianura, costeggio uno stabilimento. Sulla cinta una scritta cubitale: I nostri detersivi sono biodegrabili al 93%. - Nel frattempo, fabbricanti e clienti sono stati biodegradati al 100%. Gli stambecchi se ne accorgono e ne approfittano.

Me ne sto a guardare, dalla panchina di un viale, la vita che in questa strana eternità si prepara sotto i miei occhi. L'aria è lucida, di un'umidità compatta. Rivoli d'acqua piovana (saranno guasti gli scoli nella parte alta della città) confluiscono nel viale, e hanno steso sull'asfalto, giorno dopo giorno, uno strato leggero di terriccio. Poco più di un velo, eppure qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. Il Mercato dei Mercati si cambierà in campagna. Con i ranuncoli, la cicoria in fiore. 

Possedere per dimenticare

Era una sera sprecatamente bella, e camminavo con lei nella pineta dietro casa; mi disse che trovava strano che i nostri rapporti si mantenessero «così neutri». Cioè, platonici. Lei (aggiunse) stava bruciando dalla voglia di «essere mia».
Usava la vecchia locuzione gergale, falsa già in senso fisiologico. Venti minuti dopo avevo regolarizzato la nostra posizione, e lei mi confidava con candore, sul posto, che il desiderio che aveva avuto era in realtà il bisogno di « mettermi da parte ». Ci risi su, ma avevo torto, stavolta Henriette parlava bene e chiaro: l'aspirazione a possedere materialmente una cosa o una persona, nasconde, con qualche approssimazione, il nostro intento di liberarci di essa, di passare a altro. Quello che abbiamo posseduto, ce lo possiamo mettere dietro le spalle, confinarlo nel passato, nel già-fat-to. Bene, Henriette!

Vita/morte

Morire biologicamente, è il perfezionarsi di uno stato in cui ci troviamo già ora.

Determinazione è negazione, il nostro status d'individui richiede questi stretti confini, noi siamo fatti di esclusioni, di occlusioni. Ma questo fa sì che alla vita, perlomeno la nostra, ciò che chiamiamo il suo contrario le assomigli molto.

Pensi alla atarassia o impertubabilità, in cui consiste il culmine della vita spirituale per lo stoicismo, il buddhismo, l'ascesi cristiana. Tale indifferenza di fronte ai mali morali o fisici, anticipa la impassibilità del morto. Ma, già per il laico, l'imperturbabilità o impassibilità della morte è la condizione-limite a cui tende l'eroe, l'uomo, comunque, dotato di coraggio, il vero uomo. Il che è affermato esplicitamente nella famosa formula 'perinde ac cadaver'. Lei conosce la storiella di quel soldato che dice, osservando un suo compagno morto davanti alla trincea: vedi un po', quello è il più bravo di tutti, se ne sta lì disteso sotto il fuoco della mitraglia, a guardare tranquillo il cielo. - La storiella non è irriverente, è profonda.

Chi se ne va da questo mondo «passa a miglior vita», dicevano. E il cartellone invitava appunto a andare «dove la vita è migliore». La morte-premio, come emigrazione turistica collettiva, si può concepire, in un secolo, com'era il nostro, vastamente dedito all'educativo esercizio del viaggiare.

Il capo dipartimento del traffico nello Stato del New Jersey, un modesto funzionario, dichiarava ai giornalisti: Voi dite 'imprudenza' quando scrivete delle stragi domenicali sulle strade, ma l'imprudenza non è una causa, è un mezzo. Il guidatore sceglie l'imprudenza perché ha scelto la morte! Perché non vuole tornare a casa. Se gli levate l'automobile si getterà dalla finestra.

Verso il 1650 ci fu un'epidemia, e qualche decennio più tardi la chiesa venne eretta nel punto dove era stata scavata una grande fossa comune. Secondo un'usanza cattolica, i teschi, a centinaia, furono messi in una cella che faceva parte della chiesa ma si apriva, a beneficio dei passanti, sulla strada. «Le ossa che Lei vede, trattenute dalle grate, erano teste pensanti. Ricorda la scena di Amleto col becchino?».

La dissipatio humani generis

Erano maturi i tempi per la ricompensa, i diritti dell'ecologia umana sarebbero stati infine riconosciuti, reintegrati. Il 2 giugno, alle due antimeridiane, è il termine previsto: l'umanità, angelicata in massa (faccio per dire), si solleva a un empireo. Tutto avviene in silenzio. Una volta tanto, in silenzio e senza retorica. Un volo d'anime, che riempie candidamente il cielo notturno. 

C'è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott'occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s'intitolava Dissipatio Humani Generis. Dissipazione non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse 'evaporazione', 'nebulizzazione', o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto «solvens saeclum in favilla», assimilabile oggi a un'ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.

Cosa da apprezzare, il finale riscatto lui [Salviano da Treviri] lo accordava persino ai pagani, e consisteva in un'assunzione al cielo dopo che i corpi, vivi, fossero resi eterei in un unico portentoso evento. Repentino e inatteso. Cito a memoria : «Mundus permanebit». (E in questo, ci siamo). «Viri, mulieres, pueri, humani viventes cuiuscumque aetatis, ordinis vel nationis, raptim sublimabuntur».

Il chiarimento lo fornisce in piani termini teologici Agostino di Ippo-na. Non converrà, osservava da qualche parte il grande Agostino, che nel regno dei Cieli gli umani compaiano nudi. Rimarco più che opportuno (e che mostra come un alto pensatore sapesse dedicarsi anche ai dettagli della sua scienza: non me lo figuro ai tempi nostri uno Husserl fare altrettanto). Il vestito, argomentava Agostino, è «naturale hominis tegumentum, quasi altera cutis». Perfetto.


Prescelto o escluso?

Io sopravvivo. Dunque sono stato prescelto, o sono stato escluso. Niente caso: volontà. Che spetta a me interpretare, questo sì. Concluderò che sono il prescelto, se suppongo che nella notte del 2 giugno l'umanità ha meritato di finire, e la « dissipatio » è stata un castigo. Concluderò che sono l'escluso se suppongo che è stata un mistero glorioso, assunzione all'empireo, angelicazione della Specie, eccetera.
È un'alternativa assoluta, ma mi si concede di scegliere. Io, l'eletto o il dannato. Con la curiosa caratteristica che sta in me eleggermi o dannarmi. E bisognerà che mi decida. 

L'ultimo degli uomini. Ultimo in un duplice senso: ma di uno dei due sensi non m'interesso. Non mi giudico, non ho apprezzamenti da fare su di me. Mi è chiaro che sono il superstite, e questo, sì, è indubbiamente assurdo, ingiusto, grottesco.
Fatemi morire, nel bene o nel male li devo raggiungere.

Piacere dei mali altrui (schadenfreude)

Meglio, nella presente congiuntura, san Tommaso col suo latino sobrio, anche se feroce. «Beati in regno coelesti videbunt poenas damnatorum, quia beatitudo per hoc magis complacebit». I beati vedranno, dal regno dei cieli, le pene dei dannati, e così si godranno meglio la loro beatitudine. Per esempio il bravo amico Mylius, che non mi perdonava due cose, le visite di Henriette e i miei 39 anni (lui ne aveva 59), nell'ipotesi che io sia dannato si compiacerà di vedermi tale, affacciandosi dal suo regno dei cieli. Non dubito che se ne sentirà risarcito. E come sarà per il prof. Mylius il regno dei cieli, la beatitudine? Assomiglierà a quei soggiorni a Princeton, che lui invidiava a più illustri colleghi?

Alienazione e prostituzione

Una certa volta, il pezzo che io riuscii a far passare s'intitolava forse ampollosamente «Contro il formalismo e il conformismo. Ritocchi a qualche luogo comune», e voleva essere il primo di una serie. Era dedicato a due termini, Alienazione e Prostituzione, l'uno da circoscrivere, l'altro da ampliare. Proponevo che 'Alienazione' si riportasse nei limiti fissati dal Marx post-giovanile. Un lavoratore il quale possa, se lo desidera, autogestire il proprio lavoro e cioè fare, poniamo, l'elettricista con inventività, il fabbro con creatività, ma preferisce la catena di montaggio a motivo della pigra busta-paga, non ha diritto di dirsi vittima dell'alienazione. Quanto alla prostituzione professionale, sarebbe giusto includervi quelle signore che la esercitano legalmente con un marito che non amano, o non amano più ma che continua a pagarle con comodità e disponibilità varie. - Brave borghesi, e sindacati filistei, risposero con contumelie. Il direttore minacciò di licenziarmi, avevo attentato alla 'tiratura'.

Termini di paragone

Avevo 18 anni, i soliti peccati giovanili con gli 'acid', e mi pareva che presto o tardi sarei finito in un manicomio. Altro pericolo che oggi non corro più. Uno non è pazzo, è tenuto, o si tiene, per pazzo, in rapporto a un comportamento diverso dal suo. Ci vuole un termine di paragone, come per stabilire se un uomo è sessualmente virile, o meno. Adamo non pensava di se stesso «sono tanto virile», perché non aveva termini di paragone. Per lo stesso motivo, io non posso impazzire.


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lunedì 18 maggio 2020

La ragazza di Marsiglia / Maria Attanasio

La ragazza di Marsiglia / Maria Attanasio. - Palermo : Sellerio, 2018 (La memoria ; 1097. -  386 p. ; 17 cm.

Incipit: 
Se avesse potuto, l'uomo che sul molo B del porto di Palermo attendeva nervosamente d'imbarcarsi non avrebbe mai messo piede su un vapore, tantomeno su un veliero; ma alle vie del mare non c'erano alternative, postali, paquebot, e private imbarcazioni erano i mezzi di trasporto più sicuri e veloci.
E, per quell'uomo, sempre un continuo tormento. Costretto nell'ultimo decennio a fare la spola tra Napoli e Palermo; e talvolta, a dorso di mulo o in oscillanti portantine, a prolungare il suo viaggio fino a Ribera per salutare i suoi e recuperare qualche soldo.
Aveva accanto a sé un baule. Piccolo ma pesantissimo: poca biancheria, documenti, tanti libri; tra essi, il più caro, Prose politiche, che raccoglieva gli scritti di Mazzini su repubblica, patria, internazionalismo."


L'unica donna che partecipò alla spedizione dei Mille, compagna e moglie, poi ripudiata, di Francesco Crispi. 




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lalettricecontrocorrente.it/recensioni
Video intervista Maria Attanasio
it.wikipedia.org/wiki/Rosalia_Montmasson
noidonne.org/articoli
Intervista audio

venerdì 8 maggio 2020

L'animale femmina / Emanuela Canepa

L'animale femmina / Emanuela Canepa. - Torino : Einaudi, 2018 (Einaudi. Stile libero big). -  259 p. ; 22 cm.

Incipit

"La donna che stira ossessivamente è mia madre.
Fa il primo giro di lenzuola piegandole a metà per il lato della lunghezza. Le appoggia sull’asse e lascia che scivolino come la pasta all’uovo quando viene fuori dal rullo. Prima le stende con le mani, liscia le pieghe, anche le minime imperfezioni, poi preme il ferro con energia, come se il lenzuolo si fosse macchiato di qualche colpa che ora deve espiare. Davanti e dietro; da cima a fondo, e in senso contrario, risalendo verso l’alto.
Si allontana, le guarda, sospira.
Ha sempre avuto il passo pesante, il gesto imperioso, la concentrazione livida di quelli che hanno in mente uno scenario definito nei dettagli prima di mettersi all’opera, e non ammettono variazioni rispetto al pronostico. Per mia madre la parola resilienza è una bestemmia, e la forza di carattere si misura dalla tenacia con cui ti opponi alla vita e la prendi per le corna schiacciandole il muso a terra finché non ti dà esattamente tutto quello che ti aspetti. Se questo non succede, e non succede quasi mai, è l’inferno.
Si avvicina di nuovo all’asse da stiro, piega le lenzuola e riduce la superficie della metà.
Ricomincia da capo: una fascia per volta. Le distende con le mani, preme il ferro davanti e dietro, si allontana, sospira, torna. Lo piega ancora, e riprende".


Buona la prima parte, meno la parte finale.

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lunedì 4 maggio 2020

Mythos / Stephen Fry

Mythos / Stephen Fry ; traduzione di Guido Calza. - Milano : Salani, 2018. - 468 p. ; 21 cm